ASSOCIAZIONE PRO LOCO Celle sul Rigo

UNA CHIESETTA CINQUECENTESCA

 

di Laura Gigliotti

Una chiesetta cinquecentesca” s’intitola il contributo che un giovanissimo Ranuccio Bandinelli Bianchi (così si firma), pubblica sulla “Rassegna d’arte senese” (Bullettino della Società degli amici dei monumenti Anno XIII Fasc. 4 – 1920). A suscitare l’attenzione del grande archeologo, scopritore dei tesori etruschi di Chiusi che saranno il tema nel ’23 della sua tesi di laurea, è una piccola chiesa che rischia di scomparire se non si interviene subito. “Questa nota mi fu suggerita – scrive in premessa – da un sentimento di profonda simpatia per una chiesetta del primo Cinquecento sperduta ai piedi del paese di Celle sul Rigo in comune di San Casciano dei Bagni”.

Nato a Siena nel 1900 da nobile famiglia Ranuccio Bianchi Bandinelli affianca Emilio Bonci Casuccini nella sua opera di ricostituzione della collezione etrusca di famiglia. Quella formata da Pietro Bonci Casuccini infatti era stata ceduta in blocco nel 1865 per 35 mila lire dai nipoti al Museo Archeologico di Palermo dove tuttora si trova. Reperti di splendida fattura che provenivano in gran parte dai possedimenti di famiglia che si estendevano nel territorio della città etrusca e poi romana di Chiusi per 1400 ettari. E che erano messi a disposizione di tutti gli studiosi nel palazzo dei Bonci Casuccini a Chiusi. Il pronipote Emilio che “piantava vigne sperando di trovare reperti” ricostituisce una seconda collezione avvalendosi proprio della guida scientifica di Ranuccio Bianchi Bandinelli.

Che dà la prima prova della sua sensibilità storico-critica con l’articolo dedicato alla chiesetta cellese della Visitazione. Come è arrivato a Celle? Perché? Non è dato sapere, ma confessa di “averci passato serenamente alcuni giorni sul finire dell’estate 1919”. Ospite dei conti Bocchi Bianchi come lui senesi che a Celle avevano il loro palazzo (c’è ancora con la Fattoria) e nelle campagne la loro tenuta? E’ lecito supporlo. Sia come sia il raffinato critico annota tutto quello che vede.

A partire dal paesaggio che osserva con sensibilità tutta moderna. “Quest’ultimo lembo toscano sembra aver quasi perduto in gentilezza; e il paesetto scabro con la sua parte franata, torreggia a mezzogiorno sulla rovina grigiastra delle colline di creta discisse dalle erosioni. A settentrione poi sembra non aver cuore di affacciarsi verso la valle stretta, al di là della quale, sopra un accavallarsi affannoso di ondulazioni, si abbranca dominatrice su tutte le vie, la Rocca di Ghino di Tacco, isolata, ma pure prossima, alla montagna di S. Fiora, dietro la quale Celle vede tramontare il sole”.

Se questo è il paesaggio aspro, “tutta toscana gentilezza e serenità, in contrasto alla natura del luogo”, gli appare la chiesetta di S. Elisabetta di cui vuol dire qualcosa perché alla Soprintendenza di Siena dopo aver udito venga voglia di vedere e dopo aver veduto “le verrà certo voglia di fare”. Un appello vero e proprio per una chiesetta “abbandonata e minacciata” di cui l’inventario generale delle opere d’arte per il comune di S. Casciano del Brogi del 1862 che accenna ai particolari niente dice dell’insieme architettonico della chiesa che allora non aveva ancora subito i danni della frana di un’ala del paese soprastante. Danni consistenti se il movimento del terreno aveva prodotto il distacco dell’abside. Con conseguenze gravissime come la sconsacrazione dell’edificio utilizzato come deposito comunale di fieno, paglia e pietre da lastricato, e l’abbandono totale.

E a questo punto l’archeologo si ferma a descrivere minutamente quello che resta. “La pianta della chiesa è rettangolare, con una piccola abside in fondo. Ha sul piano orientale un loggiato allo stesso livello del pavimento della chiesa e ‘aveva’ innanzi alla facciata, un pronao a guisa di piccolo portico rettangolare, i cui archi si attaccavano alla facciata posando su due pilastrini lisci che si vedono ai limiti di essa.

Di questo loggiato, che pure è ancora vivo nella memoria di molti abitanti di Celle, non resta traccia se non nl muricciolo, in pessimo stato che recinge il sagrato, e lungo il quale corrono dei sedili spezzati. La facciata presenta traccie di due epoche. Al secolo XIV accenna il fregio di mattoni che la corona, e che trova cronologicamente riscontro in pitture che si scoprono all’interno, sotto l’intonaco. Ma il Cinquecento è quello che ha dato l’impronta a tutto d’edificio”. E prosegue con i particolari della lunetta e dell’affresco dell’incontro di Maria con Elisabetta, delle pitture forse di scuola fiorentina. Per proseguire verso l’interno assai semplice con l’ampio altar maggiore e alri due altari ornati di gessi e putti aggiunti nel XVIII secolo sulle pareti laterali. Ma dell’altar maggiore cinquecentesco non esiste più che la mensa. “L’altare antico disfatto fu trasportato in un orto di proprietà del signor Palesa” per essere poi riportato in chiesa ma come materiale da lastrico.

Fino a quando, l’amministrazione comunale chiesto un sussidio al Ministero, lo ha ripristinati nella chiesa parrocchiale del paese “che è una delle solite chiese senza fisionomia”. E il grande storico dell’arte tenta nella sua breve visita a Celle, “con qualche volenteroso aiuto”, la ricomposizione dei pezzi dell’altare, disponendoli sul pavimento della chiesa di cui traccia uno schizzo riprodotto nel testo. “L’insieme pur non mostrando nessuna speciale eccellenza artistica, è tuttavia degno di considerazione come opera del miglior secolo”.

E precisa notando se mai qualche incertezza architettonica “che fa pensare piuttosto all’opera di un bravo scalpellino, che non di un vero e proprio architetto”. Insomma cose fatte un po’ alla buona, ma “sia come voglia, e chiesa e altare sono degni di essere protetti dalle minacce che loro incombono”. E si ferma sull’unico oggetto non ignorato del tutto a quanto pare, perché fu anche richiesto da Siena per una mostra d’arte. “La piletta dell’acqua santa in marmo bianco con eleganti ornati in basso rilievo”. Per concludere con una nota sulla dispersione incombente. “Il fusto a fogliami di travertino, che la sorregge, è rotto in più pezzi e uno di essi è andato a far da colonnetta a una improvvisata bifora di una prossima capanna”. Ma il colpo di grazia è stato inferto dopo, all’inizio degli anni ’90. Cadde un muro, c’erano vicino delle persone e dei bambini che giocavano, nessuno si fece male, solo molta polvere e paura.

Cosa fare? Quello che si fa sempre in questi casi, informare le autorità, recintare, mettere in sicurezza l’edificio, un edificio storico, e affidarlo alle mani degli esperti. Purtroppo le cose non andarono così. La Pro Loco assicura di aver avvisato subito la Soprintendenza che dice di aver ricevuto il fax in ritardo. E così, nella fretta per eliminare il pericolo venne chiesto l’intervento di una ruspa.

Ora di quella armoniosa chiesa del cinquecento rimane ben visibile solo la pianta, una parte di una parete con i resti di un altare e una finestra a destra dell’ingrosso invasa dalla vegetazione. Oltre che il dossale dell’altar maggiore rimontato nella Chiesa di S. Paolo in paese, così come il portale. E qualche immagine come la cartolina d’epoca in bianco e nero con un uomo seduto sul muretto del portico, la foto a colori dell’abside coronata dal suo bel fregio di mattoni prima che fosse abbattuta e il disegno dell’altar maggiore in inchiostro di china acquarellato di Bianchi Bandinelli. Si conserva per fortuna il pezzo più bello, la pila dell’acqua santa in marmo dal fondo guizzante di pesci e il fusto a fogliami di travertino che la sorreggeva. Che lasciano immaginare tutto quello che si è perduto.

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